Privacy di merda (di cane)

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Privacy di merda di cane. No, non è uno sfogo. Non sono diventato improvvisamente un negazionista della privacy. Lo lascio a chi è più titolato di me a manifestare la propria insofferenza nei confronti di un diritto fondamentale ora che è divenuto materia di studio comune e non più appannaggio di piccoli cenacoli di intellettuali del diritto. O semplicemente a chi ha tanto voluto studiare alcune discipline da ritenerle assolutamente tiranniche rispetto all’universo mondo di ciò che si pone altrove la scienza che ha avuto modo di apprendere per merito e per sorte. Epistemologia in primis.

privacy merda cane
Alcuni artisti sono dei cani, ma non è il caso di Manzoni.

Al di là del volermi dare un tono con un po’ di arte, sveliamo il mistero. Ci sono alcuni illuminati sindaci, in Italia ed Europa, che hanno voluto promuovere la creazione di banche dati di DNA canini. Il motivo? Poter identificare gli animali registrati dalle deiezioni trovate in giro e così multare i proprietari.

Sì, l’avete capito bene. Ne ho parlato in una puntata di Strike, più pulp che pop viste le tematiche affrontate. E che c’entra la privacy se stiamo parlando di merda di cane? Restate seduti. Si entra nel memeverso.

Che c’entra la privacy con la merda di cane?

Apparentemente, la privacy non c’entra nulla con l’accaduto.
Poi vabbé, per gli entusiasti dell’ordine pubblico tutti esaltati dal TULPS (manco fossero un corpo di polizia municipale con la Mazda) la privacy andrebbe messa da parte pressoché in ogni momento in questi ambiti.
Ma tornando a noi, procediamo con ordine. La profilazione genetica canina comporta la creazione di una banca dati genetica, alimentata in forza di un obbligo di legge imposto ai proprietari. E dunque qualche dato personale c’è, sebbene non di natura particolare.

Un trattamento di questo tipo di dati comporta alcune conseguenze significative nei confronti degli interessati, e dunque è rilevante. Ma ha anche un rischio elevato, in quanto incontra almeno tre dei nove criteri di valutazione indicati all’interno delle Linee Guida sulla valutazione d’impatto sulla protezione dei dati WP248: trattamenti su larga scala, monitoraggio sistematico, dati relativi a interessati vulnerabili.

E tutto ciò comporta l’obbligo di svolgere una DPIA.

Insomma: privacy matters!

E non solo: bisogna anche fare particolare attenzione perchè l’esercizio di un potere pubblico non giustifica certamente ogni attività di trattamento in qualsiasi modo, così come la possibilità di imporre una sorveglianza sistematica. O creare un’abitudine a tale riguardo.

Un caso di cultura della privacy?

Che dire? Questo è un caso in cui la cultura della privacy fa la differenza. Come cittadini si deve considerare il fatto di avere alcuni diritti collegati alle attività di trattamento dei propri dati personali. Primo fra cui quello di essere informati, dunque di pretendere la rendicontazione degli adempimenti. Soprattutto quando è svolta da enti pubblici, stante la situazione di particolare squilibrio che pone l’interessato in una posizione di vulnerabilità. Questi infatti ha diritti limitati, non da ultimo quello di sottrarsi all’attività sui propri dati personali ma non è costretto a subire trattamenti condotti senza un bilanciamento di proporzionalità.

Evitando semplificazioni. Nella Legge di Murphy, la Legge di Grossman recitava : “I problemi più complessi hanno soluzioni semplici, facili da comprendere e sbagliate”.

Vero è che se la complessità non può essere affrontata con eccessiva semplicità, andare ad affrontarla con inutili complicazioni spesso ha l’esito di risolvere apparentemente un problema noto e fastidioso (spesso con lo storytelling) per aprire a n problemi ignoti e ancor più fastidiosi. Ancor peggio se lo fa spendendo fondi pubblici.

La privacy spiegata bene e fatta meglio. Artigianale. A misura d’uomo.

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