GDPReady Compliance,GDPR Domande da non fare in un colloquio di lavoro

Domande da non fare in un colloquio di lavoro

Che tu sia un datore di lavoro, un recruiter o all’interno dell’ufficio del personale, ci sono alcune domande da non fare in un colloquio di lavoro o in una procedura di selezione. In realtà, neanche dopo.

La legge, con lo Statuto dei Lavoratori, è infatti piuttosto chiara sul punto:

“È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.” (art. 8 L. 300/1970)

A voler essere sinceri, sarebbe stato sufficiente il periodo evidenziato. Ma sappiamo bene che il legislatore ama profondersi in esempi e fiumi di parole. Sia mai che si corra il rischio di presentare principi e regole di chiara, immediata e diretta comprensione. Qui però è stato abbastanza chiaro nella sua semplicità. Infatti, andando a rielaborare il divieto in una formula positiva, si può rispondere alla fatidica domanda ma allora cosa posso chiedere ad un candidato? Sorprenderà i più, ma si possono chiedere tutti i fatti rilevanti per valutarne l’attitudine professionale. Insomma: tutto ciò che è pertinente allo svolgimento del lavoro che andrà a fare. Lo so, è incredibile.

Vabbé, famosela na risata.

Privilegi rosa.

Mi permetto di aggiungere, con la consueta delicatezza che mi contraddistingue, una riflessione su un particolare privilegio di cui godono le donne nell’affrontare un processo di selezione o un colloquio di lavoro. Grazie ad alcune testimonianze ho appreso di una consuetudine. Le donne sono spesso omaggiate di una sessione di counseling da parte dell’intervistatore, nel chiaro intento di aiutarle nell’esplorare le prospettive di vita futura e sentimentale.

Alcune delle domande più gettonate (e sorprendenti!) che mi sono state riportate riguardano infatti:
L’avere o meno un partner stabile
Il lavoro del partner di cui sopra
Se è convivente o meno, o se c’è un intento di convivere

Insomma, roba che neanche l’ISTAT ai tempi d’oro.

Dopodiché, neanche a dirlo, sugli intenti di maternità futura le candidate si trovano all’interno di scenari alla Minority Report o di fronte ad un Cal Lightman de noantri.

Colloqui privilegiati, insomma. E in rosa!

Ma qui non si doveva parlare di privacy?

Allora: a parte che è il mio blog e ci scrivo quello che mi pare, c’è anche una questione di data protection. Si deve però evitare di fare come il martello che vede tutto il mondo e i suoi problemi come chiodi. In questi casi il problema fondamentale – ovverosia: il bene tutelato dalla norma, direbbero i bravi giuristi – riguarda la dignità del lavoratore o del candidato. Dignità che viene attentata o compromessa per mezzo delle informazioni personali raccolte in spregio a limiti e divieti. Ecco perché si dice che la privacy è un diritto fondamentale e si parla di protezione dei dati personali. Si dice anche che le attività svolte sui dati personali debbano tutelare diritti e libertà fondamentali.

Ma forse è questo il problema: molto si dice, poco si fa.
Perché poi, nella sostanza, queste domande continuano a caratterizzare i colloqui.
Raramente poi lasciano traccia scritta o registrazione. Quindi c’è una particolare difficoltà della vittima nel poter denunciare l’accaduto fornendo delle prove. Poi certo, se magari raccolgono queste informazioni presentando moduli o qualcosa di scritto, meglio rivolgersi al proprio avvocato di fiducia per valutare il da farsi. Ad esempio: un reclamo al Garante Privacy (visto? abbiamo parlato di privacy!).

E quindi? Come difendersi concretamente da queste aggressioni informative

Suggerimento#1: fuggire. meglio evitare di lavorare per chi non mostra rispetto per la dignità umana. Se queste sono le domande durante il colloquio, tanto vale terminarlo il prima possibile e fuggire da un posto di lavoro tossico.

Suggerimento#2 (che mi è costato un jail di 1 settimana da LinkedIn): mentire. Non tutti si trovano nella posizione di potersi permettere di rinunciare ad un lavoro. Dunque tanto vale mentire, senza troppe riserve. Cercandosi poi qualcosa di meglio.

Related Post